PERSONALE – Francesca Draetta


Francesca Draetta

Francesca Paola Draetta è entrata nel mondo dell’arte accordando una netta preferenza al ritratto, un nobile quanto arduo percorso. Infatti, di tutti i vari generi di pittura, questo è stato da sempre argomento di osservazioni e di rivendicazioni circa «l’arduo volo che s’imprende qualor si voglia d’altri riprodur l’imago» (Raffaello) da parte dei protagonisti e prima ancòra di pensosi commenti espressi da teorici di ogni epoca, a partire dal De Pictura di Leon Battista Alberti, che poco avanti la metà del Quattrocento già osservava che il ritratto era un prodotto di sintesi tra la ″figura″ in sé e la ricerca intellettuale. Non un semplice episodio tecnico, dunque, ma prima di tutto un’espressione culturale e spirituale. In tempi più recenti il fattore psicologico è diventato un criterio di giudizio fondamentale a partire dal momento in cui il ritrattista ha cessato di considerare il proprio lavoro un intervento puramente celebrativo per rivendicare una funzione più intima e profonda di rivelatore delle più ascose componenti della personalità del proprio modello. Una funzione sottolineata dallo stesso Sigmund Freud in un motto famoso: «Il ritrattista è uno psicologo che disvela le segrete vie dello spirito». Ancòra più interessante risulta la risposta data da Pablo Picasso in un’intervista del 1964 nella quale, richiesto di dire a proposito dei ritratti delle donne della sua vita, quale fosse stato il rapporto instaurato fra lui e i modelli, dichiarò di non sapere esattamente in quale misura la propria potenza creativa avesse avuto il sopravvento sulla realtà dipinta. La dichiarazione non lascia comunque dubbi circa il lenocinio esercitato dal maestro spagnolo. Oggi, parlando dei ritratti dell’artista sarda, è facile rilevare che anche in lei si rivela una forzatura picassiana poiché tutte le donne raffigurate recano una facies riconducibile ad una personalissima volontà rappresentativa, frutto di una personalità ricca e complessa nella quale gli spiriti di arti diverse trovano un armonico componimento, da lieviti poetici ad ispirazioni musicali. Tutte vene d’arte nate dalle esperienze vissute nelle due città della sua vita e non invano trascorse: nelle carducciamente «selvaggia» Nuoro e nel «rosso mattone della sognante» Bologna. Alcuni dei lavori riconducono, come si è detto, a riferimenti letterari e non ad una precisa occasione ritrattistica, come ad esempio i volti gentili di Paolo e Francesca, emergenti dal cupo e sanguigno rosseggiare dello sfondo, lirico lui, presaga del mesto destino incombente lei, le belle bocche e i grandi occhi pieni di un perduto amore. Volti allungati e dai bei nasi che esaltano le alte fronti in particolari che si ripetono nella milizia artistica della pittrice consentendo di sottolineare la sua forte personalità artistica. Personalità che emerge in modo prepotente nel mosso volto di Carla Fracci, raffigurata con un lieve sorriso consapevole sullo sfondo del teatro milanese delle sue glorie. Una vena gioiosa compare invece nel sorridente volto giovane della fanciulla che reca fiori in un tondo di felice ambientazione fra l’olandese ed il veneziano. Ma ad esso si oppone subito la mestizia accorata della donna che con tratti simili a quelle delle sue compagne piange un lutto con l’intensità propria alle donne di Sardegna.
Conclude questa breve rassegna il quadro dipinto da Draetta durante i mesi di pandemia. Si tratta di quattro giovani i cui volti dolenti riportano alle memoria i ritratti funerari del Fayyum. Nei loro sguardi spenti che sembrano muti pensare ad un futuro senza speranza l’autrice abbraccia simbolicamente, con tragica forza espressiva, il futuro dei tanti giovani coinvolti nella drammatica stagione della pandemia, nella quale l’isolamento e il venir meno degli affetti ha segnato fortemente tutte le persone coinvolte.

Prof. Aldo Maria Pero



BAMBOLA DI SALE

MI HAI CHIESTO SOLTANTO DI DIRTI SE MUORI,
SEMPLICEMENTE,
NON UNA SPERANZA O UNA PAROLA INVENTATA.
IO TI HO CHIUSO LA PORTA CON UN SORRISO VIGLIACCO,
INSIEME AD ALTRI CENTO, PER DIRTI, TRADENTOTI:
“TU NON MORIRAI, MA GUARIRAI CON LE TORTURE
SUL TUO CORPO E LA TUA ANIMA”.
MI HAI GUARDATA BEFFANDOTI DELLA MIA FALSITA’.
COME POSSO DIRTI CHE MUORI!
LA MIA VITA UMILIATA ALLO SPETTRO DELLA TUA VITA,
ALLA TUA SOPRAVVIVENZA DI TULLE;
SORRETTA DALLA FORZA DI UNA LACRIMA
CHE RESISTE AL DESTINO, CHE SGORGA INFINITA
SU DI ME, IMPERMEABILE,
COME RANA NELLO STAGNO, CHE GRACIDA INDIFFERENTE, ANCHE SE FUORI MUORE ILMONDO;
INGOIA, AVIDA, UN INSETTO E LA NOTTE GRACIDA ALLA LUNA.
LA TUA VITA, LA MIA VITA.
PARAGONATE COME LE ERE DEL TEMPO CHE MAI SI INCONTRERANNO.
DISTANTI COME L’ARIA E L’ACQUA, IL CIELO E IL MARE.
DUE MONDI LONTANI CHE SI COMPENETRERANNO, SI AMERANNO UN GIORNO.
RESTERA’ SOLTANTO IL SALE DEL MARE E DELLE TUE LACRIME.
UNA BAMBOLA DI SALE VESTITAA DI TULLE, SFRANGIATO AL VENTO DELLA MORTE.
QUESTA TRISTE BAMBOLA!
QUANDO LA VEDRAI DANZARE, ALLORA SAREMO ASSIEME.
NON E’ QUESTO CHE TI CONSOLA. NON E’ QUESTO CHE TU VUOI.
COME FACCIO A DIRTI CHE MUORI.

1996.

Vernissage: Mercoledì 30 giugno 2021 – h. 18.30

Spazio IAT – Palazzo Ricci Curbastro

Via San Vitale 27/A, Bologna, INGRESSO LIBERO

Introducono:

Dr. Luca Malservigi e Prof. Alessandro Valenti – Presidente di
Ente CESPIA di Roma


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